Mario Cantilena, 27 settembre 2011

Don Germano venticinque anni dopo.
Sembra ieri: eppure venticinque anni sono tanti. "Le due cose insieme", come diceva spesso don Germano.
Sembra ieri, perché in tutti noi la sua figura è più che mai viva, nella sua atipicità felicissima, nella sua fede certa, ma che non faceva nessuno sconto alla difficoltà di essere uomini, in quel senso di energia che riusciva a trasmettere con la rapidità del suo pensiero, cogliendo subito il punto centrale delle questioni: cosicché dopo averlo ascoltato sentivamo - e pensando a lui ancora sentiamo - di non ingannare la ragione credendo, e di non tradire la fede ragionando. Don Germano è talmente presente, che per molti di noi è come se fosse ancora qui. Oggi ci viene data un'occasione speciale per ricordarlo. Ma chi lo ha dimenticato? Stasera chiunque potrebbe elencare ricordi, aneddoti, parole, momenti di incontro, consegnati - ci sembra, e forse è così - a una memoria indistruttibile.
Eppure, dicevo, venticinque anni sono tanti. E si sentono. Per uno strano paradosso, tanto vivo e quotidiano è per me il ricorso a ciò che di lui ricordo, a ciò che da lui ho imparato nel pensare la mia fede, tanto è o sembra lontano l'orizzonte culturale in cui lui ha agito, con cui lui ha interagito, rispetto al nostro, di noi membri della Chiesa del ventunesimo secolo. Basta riferirsi (sia consentito al non teologo di dire qualche sproposito) a due nuclei portanti della sua riflessione: la svolta antropologica e il rapporto tra fede e storia.
La prima sembra archiviata, sembra tornare a imporsi un concetto di verità "messa al sicuro" dalle variabili antropologiche: la "ragione" ne sarebbe la chiave. Se don Germano poteva introdurre il libro di Maria Cristina Bartolomei L'ellenizzazione del cristianesimo con le parole "il problema è questo", oggi assistiamo ad un'orgia di logos e di razionalità, spesso presuntiva, e ciò che allora faceva problema oggi sembra diventata la soluzione. Se al tempo di don Germano la teologia aveva scoperto la declinazione storico-culturale del discorso, di ogni discorso, sull'uomo, oggi si torna a parlare in termini di un'antropologia astratta che non pensa la cultura, e così non pensa nemmeno la natura, perché ciò che è 'culturale' è appunto ciò che è 'naturale' per l'uomo. Se al tempo di don Germano, poi, un tema portante era la relazione fra storia della salvezza e storia dell'uomo, oggi sembra che l'uomo non si senta affatto parte di una storia: non solo della storia nazionale (specialità veneta), ma della storia tout-court, ossia di un processo collettivo all'interno del quale si è situati e che si porta avanti attraverso i drammi, le conquiste, gli errori e spesso gli orrori di cui siamo protagonisti e testimoni, ciascuno e tutti insieme. Questa storia, ricordava don Germano, è benedetta da Dio: ma come dir questo a chi non si concepisce all'interno di una storia, e vive come se nascesse tutto nel presente? O all'opposto, come se nulla cambiasse mai di sostanziale, e il nuovo non esistesse se non come un travestimento dell'antico?
Quindi, i venticinque anni si sentono, e sono tanti.
Eppure, il magistero di don Germano non è datato, e vive ancora in chi lo ha conosciuto per i numerosi tratti che lo hanno caratterizzato. Ne cito soltanto tre. Intanto, per il suo esempio. Ha scritto don Germano, introducendo il Diventare uno di Leda Minocchi, "la parola del testimone è la sua testimonianza": dove "la parola del testimone" è predicato nominale, e "la sua testimonianza" è soggetto. Infatti, don Germano per questo è statotestimone del Vangelo, perché era ciò che era, e così com'era. Prima che per ciò che diceva, prima che per ciò che faceva. Che la buona notizia lo avesse toccato e liberato risultava da tutto il suo essere. Nel suo amore per la vita, espresso in modo diretto e pluriforme (la musica, il cinema, la montagna, le letture, il nuotare etc.). Nella sua capacità di relativizzare senza compromettere, prendendo la distanza giusta nel valutare le cose (registrava sorridendo l'indifferenza con cui era visto il suo impegno ecumenico, fatto di anni di studio e di lavoro instancabile: "pensano che sia una mia mania"). Nel suo buonumore, che non disconosceva i drammi della vita (sapeva bene, e per esperienza diretta, che la fede non mette nessuno al riparo dalla vita, e che siamo "uomini come tutti, tribolati come tutti"). Nell'ironia, quasi accento permanente di ogni sua frase, che era frutto non di scetticismo, ma della sua fede matura, profonda e irreversibile, consapevole della infinita distanza tra Dio e ciò che noi diciamo di lui, noi tutti, anche i più grandi, anche i più santi. Infine, in ciò che non si vedeva: di come ha portato la sua croce nella malattia testimoniano le lettere raccolte con il titolo Sul confine. Gli ultimi anni di don Germano Pattaro da Silvana Canzi Cappellari e Franca Ciccòlo Fabris.
Tutto questo era l'acquisizione più importante che si ricavava dall'incontro con don Germano: lo spettacolo di un'identità precisa, di una saldatura compiuta fra messaggio e vita. Da qui una seconda caratteristica, che discendeva dalla prima. La prontezza ad avvicinare il concreto senza paura di 'farsi male'. Nelle persone, nei fatti, nelle teorie, dovunque si manifestassero, don Germano non faceva mai finta di non vedere le difficoltà e le obiezioni. Se ne lasciava provocare (Luigi Sartori ha scritto che questa era la cifra caratteristica del suo fare teologia). Per questo uno dei campi privilegiati della sua azione pastorale - che in lui coincideva con l'elaborazione teologica - è stata la vita coniugale: "una scuola dove si impara il rispetto della vita,delle cose, delle persone, dei fatti e delle scadenze, senza possibiltà di evadere". Per questo invitava la Chiesa a "uscire da una certa retorica dei discorsi, perché solo così impara ad essere 'serva della Umanità'... Rompendo tra l'altro una persistente attenzione al generale, a ciò che è principio, come se la vita nella sua immediatezza fosse un relativo secondario e di sola applicazione, e non invece un relativo fondante, senza del quale il resto arrischia di diventare vanità di pensiero, durezza astratta, cattivo giudizio nella esistenza" (cito da un articolo pubblicato su "Matrimonio", 1982).
Infine, e so di ricordare un topos particolarmente frequente nella sua predicazione, lui sottolineava ripetutamente il fondamento cristologico di questo tendere all'umanità concreta. Il famoso capitolo 25 di Matteo ("venite, benedetti dal padre mio, perché avevo fame e mi avete dato da mangiare...") non è solo la ricaduta etica di Matteo 18 ("se due o tre sono riuniti nel mio nome"). L'amore per l'uomo insomma non è un 'derivato', attendendo al quale si rischia di perdere di vista l'amore di Dio. Se si prende sul serio il Vangelo, nulla c'è di più urgente dell'uomo, perché l'attenzione all'uomo non distrae da Dio, ma è l'unica obbedienza a Dio che non sia sospetta di essere idolatrica. Con la realtà e con l'umanità Dio si è riconciliato, attraverso la croce, una volta per sempre. E di questa riconciliazione don Germano è stato testimone anche nella sua attitudine personale verso l'umanità. Che era però tutt'altro che ingenua: sapeva quanto fosse difficile, e in alcuni momenti diceva, quasi parlando tra sé e sé, " 'ste robe semo boni solo che a dirle". Eppure, osservandolo vivere, riuscivamo a credere che era possibile avvicinarvisi, almeno con decente approssimazione.
Riconciliato col mondo, liberato dalla paura, proteso all'incontro con l'uomo là dove questi è situato: questo è ciò che don Germano è riuscito ad essere, e lo è stato - e questo era il bello - con una naturalezza irripetibile. Il suo archivio costituisce traccia fedele di questo suo stare nel concreto, nella relazione, senza, appunto, evadere mai. Ogni contatto con don Germano lasciava una traccia indimenticabile. Chi sfoglierà quei documenti, potrà rinnovare l'emozione e la gioia di questo incontro.
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