Gian Maria Varanini, 27 settembre 2011

Non ho quasi alcun titolo a parlare in questa sede, se non l'amicizia di Francesca Cavazzana e la stima di qualche altro collega veneziano che è qui presente. Questa amicizia e questa stima tuttavia non mi conferiscono competenza, e vi prego dunque di scusarmi sin d'ora di imprecisioni o di fraintendimenti.
Tra i motivi per i quali ho accettato la proposta di Francesca, tuttavia c'è stato anche il ricordo di qualche lettura, di qualche lezione di don Germano Pattaro che molti anni fa ho ascoltato a Verona (che del resto fu uno dei luoghi nei quali operò con più assiduità, a San Bernardino, nel campo ecumenico che fu uno dei più "suoi"), e la memoria della grande venerazione che ebbe per don Germano Pattaro il sacerdote veronese che mi ha formato negli anni del Concilio Vaticano II. Io ho sessant'anni, 61 per la precisione, e dunque come tanti, immagino, tra i presenti ho vissuto con grande partecipazione in particolare gli anni del rinnovamento e delle speranze ecclesiali del post-concilio. Su questo dirò qualcosa più avanti, prendendo spunto da qualche perla che ho trovato nella lettura per me molto piacevole di questo inventario. Sì, piacevolissima; noi storici, e forse anche gli archivisti lo sono, siamo tutti un po' malati, e potremmo applicare a questo caso quello che un grande medievista del primo Novecento diceva a proposito delle fonti documentarie, per lui la più bella e affascinante lettura che si possa immaginare. Del resto, con giusto orgoglio si è aggiunto il sottotitolo Contributi al profilo spirituale e teologico del sacerdote veneziano al titolo "tecnico" Le carte d'archivio.
Prima dicevo che non ho "quasi" alcun titolo. Il "quasi" dipende dal fatto che anni fa ho organizzato alcuni seminari dal titolo "l'archivio come fonte", e forse Francesca se ne è ricordata. La struttura stessa dell'archivio, la sintassi secondo la quale si organizzano le carte, la logica che presiede al loro concatenarsi è infatti un dato storico ricco di significato. L'archivio ha una sua storicità intrinseca. In questo senso l'archivio di don Germano Pattaro è lo specchio della sua vita, una vita ricca di relazioni (nel doppio senso del termine, se mi consentite la battuta), di incontri, di volti, di infiniti interventi, contributi, corsi, lezioni, articoli, rassegne, saluti, omelie; una vita disinteressata totalmente alla carriera, una vita che è stata spesa e perduta (e per questo guadagnata). È stata feconda, intensa, forse anche affannosa, sempre aderente alla quotidianità del lavoro e a ogni occasione di relazione. Del resto, i suoi scritti, come è stato detto, sono per lo più stati scritti occasionali, "occasionali nel senso più alto del termine", fatti per essere detti piuttosto che per essere letti. Don Bruno Bertoli ha scritto anch'egli di "esistenza integralmente consacrata alla teologia: ma non tanto alla ricerca accademica quanto allo studio connesso con l'impegno ecclesiale, con la passione per la crescita teologica della comunità cristiana".
Che archivio è nato da un uomo e da un prete di questo stampo? Nella sua introduzione all'Inventario, Francesca insiste con molta efficacia sul fatto che a differenza della biblioteca, che era abbastanza strutturata e parlante nella sua organizzazione interna (e quindi presumeva sistematicità e lunga lena di preparazione e di letture), le carte di don Germano Pattaro avevano una molto maggiore fluidità: un ordinamento meno appariscente, o più labile, o che è andato perduto. Non è l'archivio costruito da chi voleva lasciare un'immagine, una memoria di sé per i posteri, come un Petrarca, di chi si è volutamente e un po' narcisisticamente auto-raccontato in uno "specchio di carta". Anzi, nelle sue ultime volontà, mentre è molto attento alla sua biblioteca, e se ne occupa e ne prefigura l'utilizzo, delle carte d'archivio don Germano Pattaro non s'interessa affatto. E tuttavia lo conserva, non butta niente, neppure i quaderni di scuola o i materiali degli studenti o i biglietti da visita.
Questo spiega la fluidità e labilità dell'ordinamento alla quale ho fatto cenno, che è in parte un dato ineliminabile di tutti gli archivi dei singoli, delle persone. Gli individui non hanno le regole delle istituzioni o delle famiglie quanto alla produzione delle carte, ma rispondono appunto ai gusti o alla sensibilità: gusti e sensibilità che sono personali e magari anche mutevoli nel tempo. Nel caso dell'archivio di don Germano Pattaro questo è forse ancora più vero che in altri, tanto che questo stato di cose ha favorito, nel passato (precisamente una ventina d'anni fa) l'asportazione di testi editi o ciclostilati per costruire una serie che corrispondesse alla bibliografia, o per cercare testi inediti da proporre al pubblico. Forse oggi non ci si sarebbe comportati così, dice giustamente Francesca Cavazzana, perché oggi questa decontestualizzazione, questo svellere dal contesto ci sembra un errore che rischia di ridurre l'archivio a una "eclettica e paratattica raccolta miscellanea". D'altra parte la manipolazione è necessaria, è la condizione stessa della fruibilità dell'archivio. Ma è stato un trattamento leggero, condotto con attenzione alla psicologia del produttore di documenti, con finezza e delicatezza, rispettando al massimo la natura composita dell'archivio della persona. E non va dimenticato che un archivio personale del XX secolo non comprende certo solo carte ma anche fotografie, video, e in altri casi potrebbe comprendere disegni, dipinti, oggetti.
A guidare il lavoro delle archiviste, Gabriella Cecchetto, Manuela Barausse e Michela Tombel, è stato dunque un mix di considerazioni e di valutazioni attente: innanzitutto la cronologia, ma anche la natura dei supporti materiali, la tipologia documentaria (relazioni, interventi, articoli), la tematica trattata. Mi è parso di vedere una velata critica nelle affermazioni di Francesca Cavazzana, laddove accenna (cito) al "grado di analiticità singolarmente alto", all'acribia descrittiva e alla sensibilità diplomatistica da studiosi del medioevo che le autrici hanno adottato nella strenua precisione profusa per ogni singolo pezzo. È un complimento, ma è un po' a doppio taglio) È un'osservazione che mi sento di condividere, perché queste numerosissime descrizioni così minute, di ogni singolo fascicolo, intervento, omelia, lezione, ecc. rischiano di far perdere un po' il quadro d'insieme. Per temperare questa analiticità le autrici hanno giustamente riproposto, all'inizio di ogni sezione, l'albero descrittivo nel suo insieme, e hanno introdotto con brevi commenti alcune delle partizioni interne nelle quali il materiale è suddiviso e distribuito. Del resto il rischio è stato un rischio calcolato, perché l'adozione del mezzo informatico consente comunque oggi un reperimento più facile dei singoli pezzi, anche sulla base di ricerche semplici (una stringa di parole, anche soltanto un lemma).
E del resto la struttura dell'inventario è nitida e perfettamente funzionale. Le due prime sezioni, "Corrispondenza" e "Quaderni e appunti", seguono un andamento biografico, dalla formazione scolastica (1939-45) agli studi teologici (1945-50) all'attività dopo la formazione ("Sacerdote e teologo", 1950-86). Le altre tre, "Manoscritti", "Dattiloscritti" e "Incarichi", hanno una struttura interna parallela, su base contenutistica: (Scritti teologici e pastorali diversi; Matrimonio; Ecumenismo), corrispondente ai fili conduttori preminenti dela riflessione teologica. Va poi notato che almeno quella parte dell'archivio che contiene testi che hanno normalmente come misura quella della lezione e della conferenza (formarsi del testo, nascere del testo), se non sono riconducibili a un ordine esteriore, quando sono presi ciascuno di per sé mostrano una piena maturità espressiva, presuppongono una sistematica preparazione che è poi funzionale a un utilizzo espositivo funzionale a quelle relazioni umane, a quella capacità maieutica ed educativa, che sicuramente voi ricordate.
Vorrei chiudere queste brevi parole con la menzione di qualche spunto che mi ha particolarmente interessato nella lettura dell'inventario, con particolare riferimento agli anni della formazione, quando Germano Pattaro "senza accontentarsi della manualistica corrente" accostò di sua propria iniziativa la grande teologia europea. Come ricordano Bertoli, Pescara, Sartori in alcuni interventi che ho letto, Barth e Cullmann hanno un grande ruolo, anche nella prospettiva allora futuribile dell'ecumenismo. Ma ovviamente ha un ruolo importante anche la grande teologia francese. A me è interessato un manoscritto del 1955 che mi piacerebbe leggere, relativo a un corso intitolato Appunti per una teologia del laicato. Come sapete, è l'esatto titolo di un celebre testo del padre Congar, Jalons pour une théologie du laïcat, uscito nel 1953. Mi ha interessato perché mi ha ricordato che questo testo suscitò interesse anche nell'ambiente degli storici della chiesa medievale. Arsenio Frugoni, Giovanni Miccoli, Raoul Manselli lo lessero nel 1955 e ne furono influenzati. Erano gli anni nei quali Chenu e Le Goff, in Francia approfondivano la teologia e l'antropologia nel secolo XII. (Nella Francia già "laica", in quegli anni Chenu e Le Goff, che studiavano con interessi diversi quel medesimo periodo, cruciale per la storia della spiritualità occidentale, discutevano settimanalmente; e fu Le Goff a tenere l'orazione funebre del grande teologo).
Forse interessi come questi potrebbero aprire una finestra sugli interessi del giovane sacerdote, tanto più che in questa sezione dell'archivio sono numerosi i testi relativi alla storia della teologia e dell'ecclesiologia e al padre Congar è dedicato anche un altro fascicoletto. Ho avuto occasione recentemente di studiare la formazione di due noti storici della chiesa all'incirca coetanei di don Germano Pattaro, come mons. Iginio Rogger di Trento, grande amico e collaboratore di Alessandro Maria Gottardi, e Pietro Zerbi, il medievista della Cattolica di Milano, e l'interesse di questa fase è analogo: preti di formazione "tradizionale" che scoprono una nuova teologia e ne sono influenzati profondamente. Altrove, come nel seminario di Verona, questi testi della triade dei grandi teologi francesi venivano letti di nascosto...
Sempre per il periodo di formazione, tra i testi dattiloscritti (ma si tratta a quanto ho compreso di un lavoro poi pubblicato, che non sono riuscito a vedere) mi ha incuriosito la lunga recensione a L'homme révolté di Albert Camus, del 1952, lettura certo non banale per un giovane sacerdote. Ma non sono che semplici esempi. Per chi vorrà, questo inventario resterà, oltre che un tributo di affetto per un grande sacerdote e un grande teologo, anche uno strumento e un esempio per lo studio della storia della chiesa italiana contemporanea.

Chiudi questa finestra